Non v’è profondità che ammali,
nessun’altitudine blasfema
che innesti in me piacere.
Rimarremo eroi delle superfici,
scivolando fascinosi sulla cresta
d’un pianeta che non ha caverne,
su d’una vita senza vette.
Avanzando obliqui come fieri alfieri
o lenti come sudici pedoni,
non pregheremo le radici
e staccheremo pesanti passi
ancorati a questo mondo:
il più profondo è la pelle,
laddove l’orgasmo prende parte
(nel rizzar di quei peli,
nell’odor di quelle gocce di sudore:
son Io!),
oppure qui ove m’irrito d’artifici.

Contraltare dei vostri paradisi
pongo questi sassi, questi strati
che, seppur fango siano,
mi danno un senso che voi,
altezzosi regnanti senza trono,
non trovate che nelle feci
dei vostri ignudi déi.

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Il senso. Gli scacchi.

dicembre 4, 2008

Tra le due serie che si intersecano, tra il quadro bianco ed il quadro nero. Nel lento passo dell’alfiere, sempre su di un colore, o nel girovagare della torre, alternante, altalenante tra le due serie.
Il senso, questo espresso e questo non-espresso, presente in ogni cosa, vittima e carnefice al tempo stesso in una partita di scacchi. Carnefice che viene ucciso, come il quadro bianco che s’interseca nel nero; vittima che massacra, come la casella bianca si trasmuta incessantemente in una nera. Come Alice di Carroll, che diventa grande non senza rimpicciolirsi, che diventa piccola ingrandendosi, incessantemente, che mangia, parlando; che parla, mangiando.
E’ comodo esprimere la dualità tra senso e non-senso, è comodo per chi afferma l’identità della persona, di dio, del mondo. E’ una visione facile e leggera, profonda abbastanza per impantanarcisi irrimediabilmente. In realtà, tutto l’esistente esprime (non “ha”) un senso. Senso che può essere paradossale, assurdo, incalcolabile o addirittura invisibile, ma che presenzia, di continuo, sulla superficie del reale, del discorso.
Gli scacchi, come un discorso di senso, sul senso, descrivono incessantemente l’invisibilità di questo elemento, che non è rappresentazione, non è nemmeno ideale (non come lo intendono i bravi filosofi de’ nostri giorni); non è una voce, non è una grammatica; non si manifesta chiaramente, ma è in realtà tutto ciò che regge il discorso stesso, la realtà stessa. Ogni mossa sulla scacchiera, per paradossale, per assurda che possa sembrare, possiede un senso nascosto che emerge velatamente, che, come Alice, non si manifesta se non nascondendosi, non parla se non zittendosi, come l’intersecarsi delle due serie di caselle nere e caselle bianche, che non esistono se non affiancate, circondate da caselle differenti.
Il senso, esprimente il compenetrarsi delle serie e dei corpi (come quello maschile e quello femminile nella sessualità, la pallottola e il costato nella guerra, l’aria e i bronchi nella macchina respiratoria); espresso attraverso l’intersecarsi continuo delle serie stesse; assurdo, paradossale, invisibile, ma esistente. Gli effetti che si presentano sulla superficie della scacchiera sono il segno candido eppure oscuro della presenza del senso, gli eventi e le singolarità che emergono sono i suoi figli prediletti. L’imprevedibilità degli “effetti della superficie” il sua amante più passionale.
Ed è così che il giocatore di scacchi diventa demiurgo, leggendo gli effetti di superficie, il senso, nel compenetrarsi delle dualità continue ed incessanti: non “senso – nonsenso”, ma bianco – nero, diagonale – verticale, velocizzazione – rallentamento, mossa successiva – mossa precedente, ecc. Non c’è matematica che tenga, nessuna “logica” che possa essere sciorinata in questo continuo scontro – incontro tra le serie opposte, ricongiunte dal senso che vocifera silente sotto i passi decisi ed indecisi delle pedine sulla scacchiera. C’è solo il genio che si trova sconfitto e vittorioso nei confronti di se stesso e del senso, c’è il compenetrarsi delle strategie, addirittura delle menti dei due giocatori. C’è l’evento sulla superficie (il senso non conosce profondità né altitudine, luoghi dell’illusione), ci sono il discorso che soggiace alla mossa, le serie che soggiacciono al discorso, il senso che fa da fondo comune a tutto quanto.
E così l’alfiere, che non corre verso l’angolo se non arretrando di continuo, la regina che mangia il pedone se non essendo mangiata dallo stesso, il paradosso che parla attraverso l’alternarsi delle serie bianco – nero nella camminata lugubre e meccanica della torre. Ed in fine lo scacco matto, non frutto d’un colpo di genio, né d’una mossa speciale o calcolata, bensì figlio illegittimo degli effetti di superficie su quella scacchiera, risultato indiscutibile del compenetrarsi incessante delle serie tra loro, e del senso, che tutto muove, che tutto fa tornare piccolo e grande, umido ed asciutto, prigioniero e libero, in un continuo paradosso che, dannato e maledetto, chiamiamo comunemente “realtà”.

Long night road

novembre 29, 2008

L’asfalto scorre ruvido sotto i battistrada ghiacciati, lasciando tracce incartapecorite e oleose sulla strada ansimante. Sono le ore che non perdonano, quelle in cui i dolori del mondo rimangono silenti, vociferanti sotto il salire dell’erba, perfino meno rumorosi del respiro notturno.
Adéline sfreccia con la sua utilitaria consumata dagli anni, non crede in dio, non vuole render grazie di tutta la merda che ha attorno, vuole solo bestemmiare, essere senza salvezza, probabilmente perché all’inferno c’è talmente abituata da non volere nient’altro che la sua ripetizione, infinita, desiderata, imperterrita.
La Francia saluta con un mesto sorriso di valli scure queste quattremmezza del mattino, la Francia si lascia percorrere da poche anime sperdute in questo confine tra la notte passata e il giorno che ancora deve promettere il proprio arrivo. Franz, esanime, giace sul sedile posteriore senza muovere un muscolo. Si preme la mano sinistra sul costato, unica tensione del suo corpo, unico segno di vita che presagisce al tempo stesso dolore, frustrazione, rimpianto, morte. La vita, e le sue mille sfaccettature. La vita e la morte d’una notte lontana dalla mezz’estate francese.
-Putain! Putain!-, ripete Adéline come una litania monotona, mitragliata. Continua, melodica e ritmata. Consumata, necessaria e dannata.
L’animo umano non è pronto a vivere in queste crudeli ore. L’unica cosa che può capitargli è dolore. E’ sofferenza. La tortuosa strada saluta stanca un villaggio a ridosso d’un colle, disperatamente aggrappato alle poche sporgenze che la natura offre agli abitanti di quel posto. C’è un segreto accordo, di non belligeranza, di tolleranza reciproca. C’è un invisibile contratto firmato con la nascita, in questi posti, che non si può rescindere se non con l’ultimo respiro. Nessun uomo può allontanarsi da questi luoghi dimenticati da dio, ove un tempo le armate papali fecero piazza pulita di uomini, donne e bambini inermi, colpevoli solo di aver seguito gli insegnamenti di altre persone, che sembravano più comprensive, o almeno più vicine, geograficamente parlando. Il villaggio scorge di lontano la Citroen verde che fa capolino tra i guard-rail alti sul livello del mare. Adéline e Franz non hanno tempo ti ricambiare lo sguardo, l’una con gli occhi fissi sulla strada sogghignante, l’altro senza parole né pensieri, intento a fermare la dilagante emorragia che macchia ben più di inanimati sedili, di vecchie fodere sbrecciate in ogni dove.
Quando si pensa a queste persone, l’unica cosa che vien in mente è il Martini ghiacciato. Anche uno smoking, o al massimo un abito da sera, scarpe lucide e scopate spettacolari. Ma non c’è nient’altro che il “putain” di Adéline, e la sua corsa disperata verso una salvezza che in un film sarebbe già scritta su un copione; nella realtà, invece, si fatica anche solo ad improvvisarla in un conato di speranza. La pallottola perforante ha una capacità persuasiva molto più raffinata della speranza, o anche solo di una voce amica.
Come nei migliori drammi non-cinematografici, l’unica cosa che salta agli occhi è la mancanza di qualsiasi poesia: la Francia irride sarcastica i viandanti disperati, le nuvole nel cielo debbono solo decidere se precipitare in pioggia, neve o grandine, mentre un’altra autovettura solitaria incrocia i fuggitivi andando nella direzione opposta. Volti diversi, storie diverse. Diversi nomi e differenti motivazioni. Una famiglia in cerca d’un ospedale per le colichette del figlio infante; un viaggiatore di una compagnia telefonica in cerca di nuovi clienti cui friggere il cervello. Sono queste le domande che non si pone Adéline, che la distoglierebbero dalla sua litania. Forse, che sia una preghiera?
Dopo ore di sfrenata corsa, le luci della città si stagliano alla fine del tracciato mortale, l’occhio di Franz accenna ad aprirsi, timido, mentre la bocca sillaba un delicato e sentito “Danke, mein Got!”, proprio mentre il “putain” di Adéline cessa, momentaneamente, di distorcerle l’altrimenti splendido viso, dai lineamenti algerini e ispanici, coperto di una pelle candida entro cui, serrati ed intensi, due occhi verdi scrutano il destino bastardo, la vita puttana. C’è chi crede,c’è chi no. E chi crede solo in certi momenti.
Si racconta infine che i due, arrivati a parcheggiare di fronte al pronto soccorso dell’ospedale, fossero attesi da uomini in nero, con volti in nero. Di infermieri, vestiti in bianco e verde, nemmeno l’ombra. I papà che nei giorni successivi portarono i propri figli con le colichette all’ospedale indicavano curiosi i fori sul muretto che separa la corsia adibita al passaggio delle ambulanze da quella riservata all’uso pubblico.
C’è che il destino, come un immenso luogo comune in cui la grande maggioranza della gente s’incontra per caso, gioca brutti scherzi. E c’è che l’imprevista prevedibilità della tua mossa sia l’occasione più straordinaria offerta all’avversario per darti scacco matto. C’è che la Francia fa un boccone delle proprie vittime, e ne ride, sarcastica; e ne vuole ancora. Ma sarà per la prossima volta, le prossime quattremmezza.
Nel frattempo, tutto ciò che di concreto rimane sull’asfalto insanguinato, sono scarpe: scarpe nere che s’allontanano soddisfatte, scarpe rotte che giacciono inerti, scarpe bianche che trasportano barelle, e provvedono a non guardare indietro, mai.
E la timida luce, che ormai promette il nuovo giorno.
E la strada, che prepara crudele l’ennesima lunga corsa verso la notte.

Urlo dello Schizo

novembre 28, 2008

Soffocato desiderio d’un po’ di Realtà,
di produrmi per me stesso un Mondo tutto nuovo,
represso dal divano su cui parole, intonse,
prendono il posto della vita e delle mani.
Nodoso, accovacciato,
l’analista m’insegue, m’abbranca, tortura
ogni mio lembo esposto:
i suoi macchinari, la famiglia ed Edipo, i suoi
sicari, la morale e genitori che non conobbi.
Parlando d’intesa, di peccati e di fiducia
lascia frantumati sguardi sulla banconota,
firmando il suo contratto col demonio
e pulendone le feci, pantaloni in lino, scarpe sporche.
M’accuseranno d’omicidio,
galera e sedia di luce attendono carni docili,
ma costui non ha sangue né organi,
è ricolmo di merda.
Fraintendendo la cura con la tortura
liberai il mio giogo,
debordando in ogni dove,
le mie carni insufficienti
limitate da un sepolcro,
ed un animo esplosivo ed esploso,
senza confini
a travalicare le ultime dogane di questa stanza,
di questo corpo,
senza un al di là.

Welcome to the World

novembre 27, 2008

Ci si può sorprendere, in un giorno assolato ed innocente, a camminare mesti in un luogo più vuoto dello stesso spazio profondo. Il mondo può essere ancor più solitario di qualsiasi incubo notturno.
Tra le ordinate macerie della civiltà pascolano mandrie di vacche al macello, vacche da latte e vacche da soldi, guidate da pastori elettronici, brucanti ed inconsapevoli della prossima catastrofe compiuta nel nome dei loro déi. I pascoli prediletti, New York, Londra, Berlino, Milano, Tokyo, Shangai. Solo per citarne alcuni.
Figli di Regan e figli di Gorbacev, fratelli di Gandhi e simpatizzanti di Lennon, contradditori nelle parole e controversi nelle gesta, ma sempre di corsa, sempre alla rinfusa e in frenetica fuga verso… verso… l’abbandono. Da Mao che li istiga, ai Rolling Stones che li fanno danzare, passando per Baggio che li fa urlare, fino ad approdare ad Einstein, che li fa impazzire. Vacche che brucano luoghi comuni. Che s’ingrassano di luoghi comuni.
Sono le mandrie della storia, quella con la “S” maiuscola, immerse nella loro “identità” talmente a fondo da confondere l’individuo con la paura, la difesa con la reazione, la rivoluzione con il disastro. Sono le vacche del terrore, che lasciano parlare gli altri, lasciano la fatica del pensiero per annuire ai giochi della politica e della religione pre-confezionati, pronti all’uso, proprio come la loro esistenza. Si lasciano spaventare da un respiro nel buio della propria camera, cercano la spiegazione dell’altrui esistenza nei luoghi comuni, cercano nell’industria dell’intrattenimento lo sfogo alla solitudine di una vita che altrimenti riserverebbe solo domande. Così, credono le vacche, la giornata sarà più sopportabile, più menzognera.
Vacche che parlano al cellulare per l’80% del loro tempo disponibile, pastori dai suoni metallici ed acuti che ordinano, categorizzano, dividono ed assimilano; i pastori elettronici dell’infiltrazione, che assumono sembianze antropomorfe per farsi largo tra i nostri tessuti sociali; che poi, dal di dentro, manipolano, dissimulano, puniscono e garantiscono sussistenza al pascolo, alle mandrie, alla vita prefabbricata.
Gli alieni arriveranno e faranno piazza pulita delle mandrie. Un terremoto scuoterà le loro coscienze, ma solo al punto da spaventarli un po’, al punto da lasciarli meditabondi sui loro punti di forza, sulle loro convinzioni fasulle, per qualche istante, giusto il tempo necessario per cambiare canale.
Mandrie di vacche al pascolo, incravattate, inamidate, arricchite nella forma, ma senza contenuto.
Benvenuti al mondo, bambini. Comincia la favola di coloro che, in un modo o nell’altro, vivranno felici e contenti, e poi moriranno soli al mondo, abbandonati ad un destino che non prevede cravatte, non tollera pascoli, detesta i pastori.
Le vacche moriranno, solitarie ed isteriche, ma felici e contente. Ad ogni costo.

Conosci.Te.Noi.Stesso.

novembre 16, 2008

Zittendo ogni maestro che parla
lasceremo cadere le citazioni,
una volta tanto;
ci trarremo d’impaccio
dall’inciampo politico del télos,
primizia d’ogni repressione
che porta il nome di catene rinnovate.

NOI siam qui a cercarci,
non IO, nessun TU
che viva sotto cieli senza stelle.

Conosci i tuoi desideri
e saprai chi siamo, chi siete,
chi sono quelle
voci altalenanti in una coscienza
che si guasta, di continuo,
tributo all’Anti-Edipo,
rastrello dei mali del mondo.

Non manco di nulla,
come dice il mondo:
NOI siamo mondo
perché desideriamo,
non ci conosciamo
finché pensiamo d’esser
IO.

Empedoclea

ottobre 19, 2008

Non mi disferò delle umane sembianze
per comodo o per giustizia;
trogloditi od arrivisti che crepitano
nel fango di chi non vuol la Terra.
Nella fragranza dell’erba fresca
Empedocle cercò nessun Sole:
le fauci profonde del vulcano
e i poveri sandali in piombo
si congiunsero per puro desiderio.
Bruciare di esistenza, senza perciò
desiderare un’impossibile libertà
da queste gravi carni,
divin futuro per le genti che,
senza mortal paura,
lasceranno le chiese e i templi
per ricongiungersi alla Madre,
i cui occhi brillano
nel momento dell’oblio.

… e venire al mondo
e tornare alla terra
saranno i desideri
di chi sa
che nulla v’è di più meraviglioso…

http://www.generazione-rivista.tk

GenerAzione di superstiti

settembre 26, 2008

Naufragare avidamente
i flutti ad inghiottire amici
conoscenti e non,
lasciando spazio soltanto
ad una stupida scatola
da cui escono merda e fango.
Anni di buio brancolare
e colpe a sopraffarsi sulle teste
di poveri dementi senza volontà:
poco dopo
il sereno prova a farsi vivo,
tra folti sguardi
di generazioni
che finalmente sanno nuotare.

http://www.generazione-rivista.tk/

Le roi se meurt

settembre 3, 2008

Occhi di saracinesche
e bulbi ormai coperti
di pelli invischiate
d’amare lacrime
versate
per Altrui pianto.
Fragilità
men forte del Desiderio
che spande proverbiali
gocce
di speranza.
Saremo come
in quei soqquadri di
Ionesco,
pennellate di folli
immeritevoli del vostro paradiso:
la morte non muore,
ma si può morir
per la morte d’altri,
come se l’altrui respiro
fosse il mio stesso, o meglio;
come se la mia morte
fosse la più grande
delle generosità,
solidarietà senza tempo.

De Mundi Magnificentia

agosto 15, 2008

Mia Africa
rilucente d’un sole
che s’espande
su epidermidi vive,
brulicante d’esistenza
e nera
e verde
e gialla
come il mondo sa essere.
Mia Oceania
nuova e senza ricordi,
di oasi fresche
e di mari circondata,
così piena
e così deserta,
così secca
e così umida,
le tue labbra son rugiada
di sabbie d’oro.
Mia Asia
d’antica bellezza
dimenticata nella frenesia
e ritrovata nell’amore,
provata dalle emozioni
come naviglio in tempesta:
tuoi i fuochi d’artificio,
tue le stelle
su steppe solcate
da venti che portan con sé
tutto il tuo aroma
di cristallo e quarzo.
Mia America
dalle sensuali contraddizioni
che non dorme,
che afferra dolcemente
e modella a piacimento;
d’arte e vita
parlan le tue curve,
di sazie muse
cantan i tuoi poeti,
di sesso e zucchero
mi parlano i tuoi occhi
dischiusi su laghi
i cui nomi non importan più.
Mia Europa
conquistata da piedi dolci
e razziata dalla bellezza,
vecchia e maestosa,
quasi eternamente qui,
eppur giovane
come sa esserlo la cascata
e l’acqua che vi si tuffa,
bella, come sa esser bello
l’universo,
con quei seni
che mai immaginai,
quei seni
che attribuivo a Dio,
alla Natura,
alla Vita.