Malest Cornifici Tuo Catullo

febbraio 10, 2009

I’m happy, Kerouac, your madman Allen’s
finally made it: discovered a new young cat,
and my imagination of an eternal boy
walks on the streets of San Francisco,
handsome, and meets me in cafeterias
and loves me. Ah don’t think I’m sickening.
You’re angry at me. For all my lovers?
It’s hard to eat shit, without having visions;
when they have eyes for me it’s like Heaven.

Allen Ginsberg, San Francisco, 1955
– just a tribute –

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Delle strade lastricate di autunni irrisolti
d’un mondo senza vestiti, infreddolito,
ricorderò solo quelle che portano al tuo viso;
delle mie parole straziate e mortificate dalle nevi
non restano che i versi sulla carta,
mentre proprio per mano della carta
l’umanità s’estingue:
esangue il vento, freddo nel suo cammino,
sfiora i tetti che ci riparano da altre calamità
nominate negli incubi peggiori.
Di quelle vie, di quei sentieri interrotti
dal pianto del passato, dal silenzio del futuro,
rimarranno pochi ricordi, solo alcuni profili
di ombre, forse d’uomini un tempo grandi,
che ora lasciano il segno nella cenere
ed in essa rivolgono i loro ultimi saluti.
In fondo al pellegrinaggio resterà una
ed una sola strada: al cospetto dei tuoi anni
che rotolano celesti increspando le correnti,
tra i rumori degli spari ormai in lontananza,
i tuoi capelli color dell’ebano vivo
fluiranno nei miei occhi, zittendo la poesia,
e rimarranno le ultime cose importanti,
sopravvivranno gli elementi fondamentali:
quella tua diffusa e maestosa fragilità
che mi chiama a proteggere, che mi chiama
a compier missioni rischiose sui clivi del tuoi seni,
che nutre costantemente quell’imperturbabile mistero
aleggiante nei tuoi gesti, nelle tue parole,
che forse è la protezione contro gli inverni troppo freddi
o che più probabilmente è ciò che gli antichi
chiamarono déi, ciò che i moderni chiamarono Verità,
ciò che io chiamo Eros, Amore, Desiderio:
in ultima istanza, l’ultima cosa davvero importante
esistente in questo piccolo spicchio di universo,
misteriosamente,
sensualmente
Tuo.

Il senso. Gli scacchi.

dicembre 4, 2008

Tra le due serie che si intersecano, tra il quadro bianco ed il quadro nero. Nel lento passo dell’alfiere, sempre su di un colore, o nel girovagare della torre, alternante, altalenante tra le due serie.
Il senso, questo espresso e questo non-espresso, presente in ogni cosa, vittima e carnefice al tempo stesso in una partita di scacchi. Carnefice che viene ucciso, come il quadro bianco che s’interseca nel nero; vittima che massacra, come la casella bianca si trasmuta incessantemente in una nera. Come Alice di Carroll, che diventa grande non senza rimpicciolirsi, che diventa piccola ingrandendosi, incessantemente, che mangia, parlando; che parla, mangiando.
E’ comodo esprimere la dualità tra senso e non-senso, è comodo per chi afferma l’identità della persona, di dio, del mondo. E’ una visione facile e leggera, profonda abbastanza per impantanarcisi irrimediabilmente. In realtà, tutto l’esistente esprime (non “ha”) un senso. Senso che può essere paradossale, assurdo, incalcolabile o addirittura invisibile, ma che presenzia, di continuo, sulla superficie del reale, del discorso.
Gli scacchi, come un discorso di senso, sul senso, descrivono incessantemente l’invisibilità di questo elemento, che non è rappresentazione, non è nemmeno ideale (non come lo intendono i bravi filosofi de’ nostri giorni); non è una voce, non è una grammatica; non si manifesta chiaramente, ma è in realtà tutto ciò che regge il discorso stesso, la realtà stessa. Ogni mossa sulla scacchiera, per paradossale, per assurda che possa sembrare, possiede un senso nascosto che emerge velatamente, che, come Alice, non si manifesta se non nascondendosi, non parla se non zittendosi, come l’intersecarsi delle due serie di caselle nere e caselle bianche, che non esistono se non affiancate, circondate da caselle differenti.
Il senso, esprimente il compenetrarsi delle serie e dei corpi (come quello maschile e quello femminile nella sessualità, la pallottola e il costato nella guerra, l’aria e i bronchi nella macchina respiratoria); espresso attraverso l’intersecarsi continuo delle serie stesse; assurdo, paradossale, invisibile, ma esistente. Gli effetti che si presentano sulla superficie della scacchiera sono il segno candido eppure oscuro della presenza del senso, gli eventi e le singolarità che emergono sono i suoi figli prediletti. L’imprevedibilità degli “effetti della superficie” il sua amante più passionale.
Ed è così che il giocatore di scacchi diventa demiurgo, leggendo gli effetti di superficie, il senso, nel compenetrarsi delle dualità continue ed incessanti: non “senso – nonsenso”, ma bianco – nero, diagonale – verticale, velocizzazione – rallentamento, mossa successiva – mossa precedente, ecc. Non c’è matematica che tenga, nessuna “logica” che possa essere sciorinata in questo continuo scontro – incontro tra le serie opposte, ricongiunte dal senso che vocifera silente sotto i passi decisi ed indecisi delle pedine sulla scacchiera. C’è solo il genio che si trova sconfitto e vittorioso nei confronti di se stesso e del senso, c’è il compenetrarsi delle strategie, addirittura delle menti dei due giocatori. C’è l’evento sulla superficie (il senso non conosce profondità né altitudine, luoghi dell’illusione), ci sono il discorso che soggiace alla mossa, le serie che soggiacciono al discorso, il senso che fa da fondo comune a tutto quanto.
E così l’alfiere, che non corre verso l’angolo se non arretrando di continuo, la regina che mangia il pedone se non essendo mangiata dallo stesso, il paradosso che parla attraverso l’alternarsi delle serie bianco – nero nella camminata lugubre e meccanica della torre. Ed in fine lo scacco matto, non frutto d’un colpo di genio, né d’una mossa speciale o calcolata, bensì figlio illegittimo degli effetti di superficie su quella scacchiera, risultato indiscutibile del compenetrarsi incessante delle serie tra loro, e del senso, che tutto muove, che tutto fa tornare piccolo e grande, umido ed asciutto, prigioniero e libero, in un continuo paradosso che, dannato e maledetto, chiamiamo comunemente “realtà”.

Long night road

novembre 29, 2008

L’asfalto scorre ruvido sotto i battistrada ghiacciati, lasciando tracce incartapecorite e oleose sulla strada ansimante. Sono le ore che non perdonano, quelle in cui i dolori del mondo rimangono silenti, vociferanti sotto il salire dell’erba, perfino meno rumorosi del respiro notturno.
Adéline sfreccia con la sua utilitaria consumata dagli anni, non crede in dio, non vuole render grazie di tutta la merda che ha attorno, vuole solo bestemmiare, essere senza salvezza, probabilmente perché all’inferno c’è talmente abituata da non volere nient’altro che la sua ripetizione, infinita, desiderata, imperterrita.
La Francia saluta con un mesto sorriso di valli scure queste quattremmezza del mattino, la Francia si lascia percorrere da poche anime sperdute in questo confine tra la notte passata e il giorno che ancora deve promettere il proprio arrivo. Franz, esanime, giace sul sedile posteriore senza muovere un muscolo. Si preme la mano sinistra sul costato, unica tensione del suo corpo, unico segno di vita che presagisce al tempo stesso dolore, frustrazione, rimpianto, morte. La vita, e le sue mille sfaccettature. La vita e la morte d’una notte lontana dalla mezz’estate francese.
-Putain! Putain!-, ripete Adéline come una litania monotona, mitragliata. Continua, melodica e ritmata. Consumata, necessaria e dannata.
L’animo umano non è pronto a vivere in queste crudeli ore. L’unica cosa che può capitargli è dolore. E’ sofferenza. La tortuosa strada saluta stanca un villaggio a ridosso d’un colle, disperatamente aggrappato alle poche sporgenze che la natura offre agli abitanti di quel posto. C’è un segreto accordo, di non belligeranza, di tolleranza reciproca. C’è un invisibile contratto firmato con la nascita, in questi posti, che non si può rescindere se non con l’ultimo respiro. Nessun uomo può allontanarsi da questi luoghi dimenticati da dio, ove un tempo le armate papali fecero piazza pulita di uomini, donne e bambini inermi, colpevoli solo di aver seguito gli insegnamenti di altre persone, che sembravano più comprensive, o almeno più vicine, geograficamente parlando. Il villaggio scorge di lontano la Citroen verde che fa capolino tra i guard-rail alti sul livello del mare. Adéline e Franz non hanno tempo ti ricambiare lo sguardo, l’una con gli occhi fissi sulla strada sogghignante, l’altro senza parole né pensieri, intento a fermare la dilagante emorragia che macchia ben più di inanimati sedili, di vecchie fodere sbrecciate in ogni dove.
Quando si pensa a queste persone, l’unica cosa che vien in mente è il Martini ghiacciato. Anche uno smoking, o al massimo un abito da sera, scarpe lucide e scopate spettacolari. Ma non c’è nient’altro che il “putain” di Adéline, e la sua corsa disperata verso una salvezza che in un film sarebbe già scritta su un copione; nella realtà, invece, si fatica anche solo ad improvvisarla in un conato di speranza. La pallottola perforante ha una capacità persuasiva molto più raffinata della speranza, o anche solo di una voce amica.
Come nei migliori drammi non-cinematografici, l’unica cosa che salta agli occhi è la mancanza di qualsiasi poesia: la Francia irride sarcastica i viandanti disperati, le nuvole nel cielo debbono solo decidere se precipitare in pioggia, neve o grandine, mentre un’altra autovettura solitaria incrocia i fuggitivi andando nella direzione opposta. Volti diversi, storie diverse. Diversi nomi e differenti motivazioni. Una famiglia in cerca d’un ospedale per le colichette del figlio infante; un viaggiatore di una compagnia telefonica in cerca di nuovi clienti cui friggere il cervello. Sono queste le domande che non si pone Adéline, che la distoglierebbero dalla sua litania. Forse, che sia una preghiera?
Dopo ore di sfrenata corsa, le luci della città si stagliano alla fine del tracciato mortale, l’occhio di Franz accenna ad aprirsi, timido, mentre la bocca sillaba un delicato e sentito “Danke, mein Got!”, proprio mentre il “putain” di Adéline cessa, momentaneamente, di distorcerle l’altrimenti splendido viso, dai lineamenti algerini e ispanici, coperto di una pelle candida entro cui, serrati ed intensi, due occhi verdi scrutano il destino bastardo, la vita puttana. C’è chi crede,c’è chi no. E chi crede solo in certi momenti.
Si racconta infine che i due, arrivati a parcheggiare di fronte al pronto soccorso dell’ospedale, fossero attesi da uomini in nero, con volti in nero. Di infermieri, vestiti in bianco e verde, nemmeno l’ombra. I papà che nei giorni successivi portarono i propri figli con le colichette all’ospedale indicavano curiosi i fori sul muretto che separa la corsia adibita al passaggio delle ambulanze da quella riservata all’uso pubblico.
C’è che il destino, come un immenso luogo comune in cui la grande maggioranza della gente s’incontra per caso, gioca brutti scherzi. E c’è che l’imprevista prevedibilità della tua mossa sia l’occasione più straordinaria offerta all’avversario per darti scacco matto. C’è che la Francia fa un boccone delle proprie vittime, e ne ride, sarcastica; e ne vuole ancora. Ma sarà per la prossima volta, le prossime quattremmezza.
Nel frattempo, tutto ciò che di concreto rimane sull’asfalto insanguinato, sono scarpe: scarpe nere che s’allontanano soddisfatte, scarpe rotte che giacciono inerti, scarpe bianche che trasportano barelle, e provvedono a non guardare indietro, mai.
E la timida luce, che ormai promette il nuovo giorno.
E la strada, che prepara crudele l’ennesima lunga corsa verso la notte.

Urlo dello Schizo

novembre 28, 2008

Soffocato desiderio d’un po’ di Realtà,
di produrmi per me stesso un Mondo tutto nuovo,
represso dal divano su cui parole, intonse,
prendono il posto della vita e delle mani.
Nodoso, accovacciato,
l’analista m’insegue, m’abbranca, tortura
ogni mio lembo esposto:
i suoi macchinari, la famiglia ed Edipo, i suoi
sicari, la morale e genitori che non conobbi.
Parlando d’intesa, di peccati e di fiducia
lascia frantumati sguardi sulla banconota,
firmando il suo contratto col demonio
e pulendone le feci, pantaloni in lino, scarpe sporche.
M’accuseranno d’omicidio,
galera e sedia di luce attendono carni docili,
ma costui non ha sangue né organi,
è ricolmo di merda.
Fraintendendo la cura con la tortura
liberai il mio giogo,
debordando in ogni dove,
le mie carni insufficienti
limitate da un sepolcro,
ed un animo esplosivo ed esploso,
senza confini
a travalicare le ultime dogane di questa stanza,
di questo corpo,
senza un al di là.

Conosci.Te.Noi.Stesso.

novembre 16, 2008

Zittendo ogni maestro che parla
lasceremo cadere le citazioni,
una volta tanto;
ci trarremo d’impaccio
dall’inciampo politico del télos,
primizia d’ogni repressione
che porta il nome di catene rinnovate.

NOI siam qui a cercarci,
non IO, nessun TU
che viva sotto cieli senza stelle.

Conosci i tuoi desideri
e saprai chi siamo, chi siete,
chi sono quelle
voci altalenanti in una coscienza
che si guasta, di continuo,
tributo all’Anti-Edipo,
rastrello dei mali del mondo.

Non manco di nulla,
come dice il mondo:
NOI siamo mondo
perché desideriamo,
non ci conosciamo
finché pensiamo d’esser
IO.

GenerAzione di superstiti

settembre 26, 2008

Naufragare avidamente
i flutti ad inghiottire amici
conoscenti e non,
lasciando spazio soltanto
ad una stupida scatola
da cui escono merda e fango.
Anni di buio brancolare
e colpe a sopraffarsi sulle teste
di poveri dementi senza volontà:
poco dopo
il sereno prova a farsi vivo,
tra folti sguardi
di generazioni
che finalmente sanno nuotare.

http://www.generazione-rivista.tk/

De Mundi Magnificentia

agosto 15, 2008

Mia Africa
rilucente d’un sole
che s’espande
su epidermidi vive,
brulicante d’esistenza
e nera
e verde
e gialla
come il mondo sa essere.
Mia Oceania
nuova e senza ricordi,
di oasi fresche
e di mari circondata,
così piena
e così deserta,
così secca
e così umida,
le tue labbra son rugiada
di sabbie d’oro.
Mia Asia
d’antica bellezza
dimenticata nella frenesia
e ritrovata nell’amore,
provata dalle emozioni
come naviglio in tempesta:
tuoi i fuochi d’artificio,
tue le stelle
su steppe solcate
da venti che portan con sé
tutto il tuo aroma
di cristallo e quarzo.
Mia America
dalle sensuali contraddizioni
che non dorme,
che afferra dolcemente
e modella a piacimento;
d’arte e vita
parlan le tue curve,
di sazie muse
cantan i tuoi poeti,
di sesso e zucchero
mi parlano i tuoi occhi
dischiusi su laghi
i cui nomi non importan più.
Mia Europa
conquistata da piedi dolci
e razziata dalla bellezza,
vecchia e maestosa,
quasi eternamente qui,
eppur giovane
come sa esserlo la cascata
e l’acqua che vi si tuffa,
bella, come sa esser bello
l’universo,
con quei seni
che mai immaginai,
quei seni
che attribuivo a Dio,
alla Natura,
alla Vita.

Gli anni Sessanta sono troppo polverosi per animi docili e sensibili.
Lorein camminava tra piastrelle di lucido malto, svolazzante in mezzo a muri che chiudevano entro sé uno spazio definito “casa”. Calcolando con imprecisione i microsecondi per il prossimo respiro, sempre sfuggenti, leggeva a voce silenziosa la lettera di Adam, come una sofferenza sanguinata su carta. Frasi quali “trattenuto da impegni” o “ritorno rimandato” colavano sulle labbra di Lorein come magma incandescente su bambini inermi: dolorosamente.
Adam amava inserire alla fine delle lettere una poesia di un qualche grande genio, dedicata alla sua amata.

Spegniti, volto,
tra scaglie d’orizzonte la mia ombra tornerà;
vivace musica tra non molti istanti,
comprendendo che sempre
si muore d’assenza,
per poi morire di presenza.

Negli anni Sessanta non esiste ripensamento. E’ il decennio del tutto o niente, del voler sempre troppo e non averne mai abbastanza. E’ il decennio in cui si sgretolano gli atolli nel bel mezzo dell’Arizona per un’esplosione atomica, test li chiamano, senza rimorsi, in nome di un positivismo logoro e ormai troppo di moda.
Lorein non è degli anni Sessanta, eppur ci vive.
Ogni trenta giorni suonano quelle sirene, coprifuoco imposto dalle autorità, gocce di sudore che fuggono dentro mura amiche, perché l’esterno fa troppa paura, il boato è troppo fragoroso.
Quando tutto è finito, non è mai finito del tutto. C’è quell’aria, greve e sfiancata, che porta con sé incalcolabili quantità di anime, non umane, certo, perché solo quelle contano. Quell’aria che si porta dietro l’urlo degli atolli polverizzati, con tutto quel cosmo che si lega alla terra morta.

Quanto può convincere un poeta?
Le parole della lettera risuonano ancora nella testa di Lorein, che tutto lasciò a suo tempo per seguire lo spasmo involontario dell’amore sotto le coperte. Non è un animo per gli anni Sessanta. E’ distrutta da mille e mille sensazioni senza nome, da brividi di freddo e caldo al tempo stesso. Troppo tempo passa tra una presenza e un’assenza, e forse tutto ciò diventa insopportabile.
Si muore d’assenza, per poi morire di presenza.
Si trattiene il fiato e si lancia l’ultimo respiro, per poi resuscitare di gioia e morire nuovamente, esplosi nella deflagrazione del ritorno. Forse che in un tempo meno ingrato, in un luogo meno ingrato, Lorein avrebbe trovato la sua attualità, il modo di non soffrire così tanto. Ma si sa, nessuno nasce al momento giusto, ed ognuno di noi è tormentato dalla casualità dell’esistenza, in continuazione.
Un poeta può muovere alla convinzione, un poeta può assassinare e dar la vita.
L’unico rifugio dai dardi del caso e della sofferenza, Lorein lo intravide in quei versi. E ancora nessuno ci crede.
Ancora oggi, la si chiama “pazza”.

Sirena, trentesimo giorno.
Portandosi dietro tutti i dubbi del destino proprio, tutte le domande e il bagaglio d’esperienza pronti a deflagrare, l’ombra nitida e scura si staglia esile all’orizzonte. Gli anni Sessanta sono pronti ad aprire il fuoco, con un suono vibrante e dei cartelli di divieto come alibi. Gli USA già scagionati in partenza.
I pochi istanti verso l’ultimo respiro, dicono si dilatino infinitamente, come per incanto. E che il crepaccio tra l’ultimo istante di vita e il successivo sia un incommensurabile abisso.
Quando il fungo trascina con sé la terra, il mare e il cielo, quell’istante diventa un po’ come il paradiso stesso. L’ombra non scompare, ma vince gli anni Sessanta, e va di passo in passo accanto alle dune dell’Arizona, a braccetto con gli atolli sminuzzati, contro il positivismo, contro il mondo…
Si muore d’assenza per poi chiedersi, si ritornerà alla presenza?
Misurarsi con quella potenza sembra uno scherzo, se comparato al confrontarsi con l’abisso dell’animo umano.

Stomach Poet

agosto 3, 2008

Intonacando pareti
in pomeriggi di grevi gocce,
Eraclito si frammenta
e lascia spazio alle chimere.
Barlumi di facile sofismo
s’affacciano su troppe menti,
e il pennello sbianca folle di pazzi.
Perplesso
lascio cader pensieri sul pube,
risalendo la china
conversando con villi d’intestino crasso;
Parbleu!
quanto nuovo sapere
dalle viscere,
dallo stomaco,
da ciò che voi nascondete,
bastardi.
Vivo di pulsazione
che mi rimanda all’origine:
gas al gas,
merda alla merda.