I lupi

febbraio 7, 2009

C’è quella pioggia che intima ai lupi di rimanere nascosti nelle loro tane, al coperto, sicuri da questo bombardamento di umide gocce. E’ quella pioggia che tiene in sé qualche cosa di mistico, un mistero strano, fatto d’una comunicazione assolutamente inintelligibile. L’unico messaggio codificabile è quello che dice ai lupi di non uscire allo scoperto.
Non per un pericolo, in fin dei conti è acqua; ma proprio per via di questo misticismo indecifrabile, che fa da regola a se stesso. E i lupi obbediscono, celandosi nei loro antri, aspettando la fine della tempesta.
Il villaggio è al sicuro, i paesani lo sanno, nessuno stanotte sarà sbranato. Il mondo è un posto più sicuro, sotto la misteriosa pioggia. E così le luci soffuse che intonacano l’orizzonte su cui si stagliano le case del villaggio indugiano un po’ più a lungo, concedendosi qualche mezz’ora d’ulteriore veglia. Qualche nonno racconta nuovamente la storia davanti camino, ma stavolta mischiandoci elementi più piccanti, per intrattenere i bimbi qualche minuto in più, per vederne gli occhi sognanti ancora per un po’, senza dover affrettare la fine del racconto, come al solito.
Il mondo sembra facile, con queste regole. La pioggia fissa dei confini invalicabili, in quella che sarebbe stata forse una fredda notte. Ecco, la calda pioggia di confine, il limite invalicabile sul quale i pericoli sentono di doversi fermare, sul quale gli indifesi paesani sanno di poter indugiare. La pioggia che non salva vite, ma che le rasserena, almeno per una notte. Una serenità la cui provenienza è misteriosa, la cui forza deriva da non si sa quale elemento. Un elemento che sta tutto racchiuso in ognuna di quelle gocce che s’infrangono sui ciottoli, eppure intangibile, irriconoscibile, innominabile.
I ciottoli cantano i nomi silenziosi della natura, e danno il ritmo al sonno sereno dei perseguitati.
Il mondo è semplice, il mondo è equo, quando esistono dei limiti invalicabili.

Oggigiorno, non c’è pioggia che tenga. Il mondo non è più così semplice.
Attenti ai lupi, non rimarranno nascosti a lungo, nemmeno sotto questa pioggia battente, nemmeno sotto i colpi sferzanti di queste gocce maestose. Tra i vostri grattacieli si aggirano loschi figuri, i peli fradici ed ispidi, gli occhi vitrei e pronti a mentire quanto a fulminare. I lupi non conoscono confine alcuno, non hanno giurisdizione, si infiltrano in ogni anfratto delle vostre vite. Non c’è via di scampo, nessuna protezione.
I confini sono saltati, e anche la più devastante pioggia diventa una mera scocciatura per i lupi. Che non s’arrestano, che non si fermano. Che avanzano, inesorabili, allungando le loro zampe sui nostri bambini, azzannando, mordendo, strappando, lacerando, persuadendo. E’ l’evoluzione che li ha fatti adattare, ed essa li ha portati a diventar parte della pioggia stessa, così fradici e zuppi, indistinguibili dalle gocce stesse, come se piovessero lupi.
Il mondo è complicato, intricato, difficile. Non è più facile come un tempo riconoscere il cattivo.
Ma li vedrai, con sguardo attento, quei lupi. Li riconoscerai, discernendo bene ciò che vedi.
Non v’è più confine, non c’è più pioggia che tenga. Nessun limite, niente a separarti dal caos che aleggia là fuori. Le luci delle città, di queste immense città apparentemente più sicure d’ogni villaggio, si spengono in fretta, mal celando l’apprensione di ogni madre che rimbocca le coperte al proprio figlio; i suoni già di per sé ovattati, si smorzano fino a diventare tremanti sussurri, quelli di chi sa che i lupi sceglieranno una vittima a caso, quelli di chi sospetta d’aver già il lupo in casa, questa notte.
E, nella paura, non si racconteranno più storie davanti al camino.
Ci saranno solo occhi, affacciati alle finestre, che osservano insonni i movimenti nelle strade, in cerca dei lupi, dei loro respiri famelici, con pochi peli e con i pollici opponibili, adornati dei loro impermeabili, armi impenetrabili contro la pioggia. Avvolti nelle loro cravatte quanto nelle loro parole e nei loro rassicuranti sorrisi, i lupi sfideranno ogni notte il mistero della pioggia, non sapendo che essa attende, paziente, la notte in cui dividerà le loro strade da quelle della gente meritevole, ponendo nuovamente il confine invalicabile, quello tra la vita e la morte.
E chi va nella direzione migliore, tra il lupo e il paesano, solo la pioggia lo saprà.

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Empedoclea

ottobre 19, 2008

Non mi disferò delle umane sembianze
per comodo o per giustizia;
trogloditi od arrivisti che crepitano
nel fango di chi non vuol la Terra.
Nella fragranza dell’erba fresca
Empedocle cercò nessun Sole:
le fauci profonde del vulcano
e i poveri sandali in piombo
si congiunsero per puro desiderio.
Bruciare di esistenza, senza perciò
desiderare un’impossibile libertà
da queste gravi carni,
divin futuro per le genti che,
senza mortal paura,
lasceranno le chiese e i templi
per ricongiungersi alla Madre,
i cui occhi brillano
nel momento dell’oblio.

… e venire al mondo
e tornare alla terra
saranno i desideri
di chi sa
che nulla v’è di più meraviglioso…

http://www.generazione-rivista.tk

Contra symballein

giugno 22, 2008

Ove la schizofrenia deterritorializza, ecco spuntare la lama di Edipo, a riterritorializzare nuovamente, a spianare la strada, a facilitare le letture che investono la famiglia, il socius, la psiche.
Che cos’è il simbolo, questo Legare, questo Ammanettare, questo render giustizia della sporca Unità a discapito della vessata e sublime Molteplicità? E’ un render giustizia lordo, macchiatosi di sangue (e non poco) e infamia sempre nascosta. Il suo sicario? Non ne ha solo uno, ne ha molti: il Despota, la Psicanalisi, la Filosofia, Edipo, ancora; e poi tanti altri, la politica, la famiglia, il trittico infernale papà-mamma-figliolo, Dio, la religione e il Tempo. Tutto costruito su assi fatte di sterco, tutto volto a richiudere e sopprimere la voce urlante dello schizo e dell’inconscio, tutto volto a render pulito e chiaro ciò che profuma di natura e vento.

Questo scritto non ha altre pretese se non quello d’essere un delirio misosofico di fattura sragionata, irrazionale, e non per questo meno significante dei vostri Despoti, dei vostri simboli, delle vostre riterritorializzazioni. Non c’è cielo sulla testa di Edipo, solo un altro paradiso che parla con la voce dei dannati.

Non mi soffermo a fare una storia dei simboli, sarebbe barboso più per me che per voi, miei quattro lettori disattenti. Sappiate che essi, i simboli, sono la pistola, il proiettile e anche la morte stessa, che colpisce il vitalismo d’un respiro ben fatto. Il simbolo si veste d’infinito, così dicono i dottori della Filosofia, della Religione. “Il simbolo eccede il significato dell’immagine”, potrebbero dirvi. “Il simbolo è molto meglio della metafora o dell’analogia”, buttandola sul tragico e sul letterario. Saprete, voi, ridere di ciò?
Io lo faccio, e me ne vanto.

Sappiate, che nulla è riducibile ad Unità. Sappiate che Io non esiste, che l’unica via di salvezza sta nel Disgregarsi in (de) finitamente, nel lasciarsi trasportare dalle proprie macchine desideranti, ripercorrendo il flusso che entra e fuoriesce in noi, continuamente, sia esso merda, sia esso aria, sperma, sia esso parola o urlo o bacio. Semplicemente, il Despota deve essere sconfitto attraverso il Desiderio.

E poi c’è questo simbolo, che trae a sé il Differente, il Differenziato ed il Differenziante; c’è questa immagine che imballa, soggioga, lega, ammanetta. C’è tutto un ridurre di potenza, un toglier di significato, un lacerare di sostanza. C’è un dottore che rileva il significato, il simbolo, e in quest’immagine (di per sé pura Molteplicità irriducibile) ci vede Dio, la Morte e il Tempo. Ci vede l’Essere, ci vede il Padre o la Madre, ci vede ancora quel cazzo d’Edipo e ancora una nuova territorialità. Il simbolo dice che tu sei castrato! dice che tu sei sporco e peccatore, sei un incestuoso bastardo e hai complessi verso tuo padre! dice che pregherai per il paradiso e maledirai il tuo passato, rinnegando l’animo che ti è più proprio! questo dice il dottore… Lo schizo, anelando alla pura libertà, annuirà estenuato il proprio assenso al Potere dispotico.
Così vince Edipo.

Questa non è una dichiarazione d’intenti. Ma voglio far sapere, più a me stesso che a voi, che rinnego il Simbolo, rinnego la bandiera e il volto, rinnego Dio e il Tempo, rinnego l’Essere e mi getto nel vuoto del desiderio. Lascerò vincere la devastazione, quel vitalismo s (chizo) frenato che guarda a qualcosa di più che al semplice lasciarsi simbolizzare. Questo scritto è contro ogni simbolo, contro ogni riduzione del Molteplice all’Uno, contro ogni ordine di tipo induttivo che faccia del Differente un Simile.

Ogni mio respiro si squaglia in mille persone, scorre al di fuori dei miei orifizi corporali, scaturito dal Fondo Indefinito che alcuni chiamarono Inconscio, altri Corpo Senza Organi, altri Natura. Io lo chiamo Passione, che tutto fa divergere e, così facendo, fondere infinitamente. E, di fronte al passionale, ecco che il simbolo fugge, sconfitto, e va a rifugiarsi “nei templi che rigurgitan salmi di schiavi e dei loro padroni”, per trovar sicurezza, nuovamente, tra le braccia di Edipo.

Vomitare e Pensiero

febbraio 24, 2008

Pezzettoni volanti di pranzo sulle mattonelle. Spinta forte, impossibilità a reprimere e conato finale.
Fa un male cane, senti lo stomaco urlare di dolore, vorrebbe mandarti a fare in culo, sfuggire dall’antro cavernoso che è il tuo addome, ormai molto più simile ad un incendio nella foresta che a un organismo macchinico.
Potresti essere sopra ad un water, ad una turca alla peggio, e vomitare il tuo dolore come si fa con una discarica cittadina, di quelle città grosse che producono un sacco di rifiuti al minuto; potresti esser sopra un lago, e fanculo, chi si curerebbe del tuo stomaco che si scioglie nelle acque? Tutto torna alla natura, no?
Vorresti trasformarti in vomito e riversarti su quelle pagine, come partorire se stessi per via orale. Diventeresti lettere di pollo e patatine, punteggiatura di sugo al manzo, virgole di succhi gastrici; diverresti il tuo stesso stomaco, la tua bile e il succo pancreatico, più quelle sostanze che hai ingoiato la sera prima nel cartoncino dei tuoi vicini sballoni.
Diverresti la tua stessa droga.
Il computer ormai è inutilizzabile, coperto di gastriti e materiali più o meno digeriti. La tastiera sembra un fumante ed impietoso ritratto astratto di te, e vi proviene un suono schizoide, come di un ronzio indissolubile e continuo che martella la tua testa e ti dice che non è buona cosa ricoprire un pc di merda. La lettera “S” e il tasto del punto interrogativo vorrebbero romperti la faccia.
Ora stai sui fogli, mica sul water, e vomiti, tanto per rimanere in argomento.
Scrivi cazzate su cazzate, finché sei sano di corpo e di mente. La lucidità non è interessante, rimane confinata nella stratificazione più prevedibile della materia, e le onde cerebrali che ne provengono sono monotone, saltuariamente risibili e solitamente noiose. La sanità porta alla depressione vera, quella di chi non sa più che cazzo dire/scrivere.
Un vampiro può mettersi a scrivere solo dopo una buona dose di sangue e plasma, quando la sua sete di atrocità è sazia e si trasforma in ebbra creatività; ed ecco entrare la trance, che dà pensiero, ed allora scrivere e parlare diventano azioni interessanti, degne d’esser viste come “disumane”.
L’umano è morto, signori miei. L’uomo vomita troppo poco e bestemmia ancor meno, e questo è male, perché prima d’ogni pagina si dovrebbe stipulare il proprio patto col maledetto: “Siamo figli rinnegati di dio? Scriviamolo!!!!”
Ed ecco, stasera ti ritrovi a scrivere con la bile ciò che vorresti vomitare in testa ai potenti della terra, ciò che vorresti far annusare al perbenismo personificato di chi crede che tutto possa essere limpido e razionale.
Questa sera, il mondo non cambia. Sei tu a cambiare, contro la sua volontà.
Metti l’ennesima maschera, ti ci ricopri e spingi allo stremo il prossimo conato.
Ma tutto questo non è che l’ennesima, spaventosa parentesi, di cui la schizofrenia è la manifestazione più amata.
Ecco il pasticcio di ieri sera, gli enzimi vi si sono accaniti finché hanno potuto, cioè fino a che non l’hai spalmato a pagina 27 del tuo saggio di filosofia, o del tuo romanzo incompiuto, o della tua raccolta di poesie che, prima di questo schizzo di stomaco, era troppo lineare per un mondo pieno di lacune e spugnose caverne.

Ed infine, descrivendo me stesso su di un curriculum, finisco per vomitare il mio cervello e il mio cuore, ed ecco: quello sono io.
Post mortem potrò compiacermi di aver, in fin dei conti e finalmente, pensato.

The supermarket

febbraio 4, 2008

A volte mi sembra che gli scaffali di questo supermercato siano vivi.
Giri l’angolo e trovi la testa di una vecchietta spalmata a terra, un buco in pancia da cui fuoriescono le frattaglie.
In fin dei conti sono solo un inserviente, per cui tocca a me pulire il tutto. Certo che le frattaglie vengono via dopo un sacco di lavoro, si incrostano a terra e poi chi riesce a grattare via tutta questa robaccia?
Svolti l’angolo dello scaffale del latte e dei formaggi, entri nella corsia dei giocattoli e un bambino, che solo tre minuti fa maneggiava un trenino elettrico ancora imballato, è spiattellato addosso allo scaffale; c’è una forza misteriosa che lo trattiene, lui non caccia un grido, ma sanguina, eccome se sanguina.
Ma se tu sei solo un inserviente alla pulizia, altro non devi fare se non pulire; non hai l’autorità di sottrarre quel corpicino alla famelica furia dello scaffale, e non puoi nemmeno chiederti che cosa sia in realtà quella dannata forza.
Non hai nemmeno il diritto di chiederlo al direttore, di questo sono assolutamente convinto.
Ogni volta che un cliente rovescia lo zucchero, vorresti trovarlo poi ingoiato per metà dalle credenze del reparto alimentari, poi convieni che è meglio tirare su lo zucchero che scrostare il sangue da terra. I fiotti che cospargono i corridoi sono piuttosto rivoltanti, molto meglio il dolce zucchero, piuttosto dell’acre plasma che scorre fino alle casse, talvolta lambisce le scarpe del giovane che pensa “Toh, un po’ di pomodoro”.
Pomodoro un cazzo.
Inconsciamente impari a rimanere sempre lontano dagli scaffali, cammini al centro esatto della corsia, lontano dalla presa di quegli stupidi e sadici prodotti. Ricordo la faccia del mio capo quando gli ho chiesto uno scopettone dal manico più lungo, “per arrivare anche fin sotto la mobilia!”; in realtà, è per pulire sotto le credenze senza avvicinarti troppo, ma è tutto piuttosto inconscio, tutto piuttosto automatico.
Tutto piuttosto sanguinolento.
Le budella rosso sangue sul pavimento mi guidano all’angolo del reparto salumi. Qualcuno, sfuggito suo malgrado alla presa dei cereali Felix, si è trascinato per qualche metro in cerca dell’agognata salvezza, perdendo qualche pezzo per strada. Ecco il crasso che ancora pulsa a terra, rido perché mi sembra un verme che cerca di spostarsi, penso che somiglia al mio capo.
Una volta trovato il cliente moribondo, sai bene cosa fare: lui ti guarda, in stato di semi-coscienza, lui allunga la sua mano verso di te, cercando aiuto, ma, amico, capisci anche tu che con te sparso per metà corridoio non posso aiutarti, per tre motivi: il primo è che non hai via alcuna di salvezza, quindi faresti meglio a goderti gli ultimi istanti; il secondo è che se sopravvivi e spifferi tutto alla polizia io potrei perdere il lavoro; il terzo motivo è che, con il tuo sangue per tutta la sala, mi hai dato minimo due ore di lavoro in più, il che mi fa incazzare non poco.
Il cliente balbetta qualcosa troppo simile ad un “aiutami” e ok, lo aiuti. Sei o sette colpi dovrebbero bastare, lì, sul cranio, zona occipitale, quella più friabile.
Estrai lo scopettone dal buco che hai prodotto nella testa di questo ormai ex-cliente, e lo lanci nuovamente vicino ai cereali Felix.
Buon appetito, ragazzi.
Due ore e mezza, mezz’ora in più a causa del cervello che hai fatto schizzare fuori dalle sue orbite. Devo stare più attento la prossima volta. Torni nel reparto delle merendine, e il cadavere non c’è più, non una traccia di sangue o carne. I cereali Felix sono amici miei, mi facilitano le pulizie.
Mi sembra che gli scaffali abbiano sempre fame, e rido quando qualcuno riesce a comprare una scatola di cerali Felix, o di pasta Ryhino, o di Latte Buffalo Bill.
La gente mangia ciò che ha a sua volta mangiato un sacco di gente.
Io lo chiamo “il ciclo naturale del consumo”, mi piace pensare che tutto ritorni alla natura, e anche le persone devono tornare alla natura propria: il consumo.
Mi sembra che questi scaffali ridano, di tanto in tanto.

Il capo ti parla di tagli al personale.
Il capo ti parla di licenziamento, di strada e affitti arretrati impossibili da pagare.
Il capo dice cazzate, e non ti resta che annuire. Ora senti solo la mano fremere sul tuo scopettone.
Il capo parla di preavviso e allora prendo tempo e chiedo quanto ancora mi resta. Sicuramente più di lui, se parliamo di vivere.
Hai sempre lavorato bene, inghiottendo il carico di lavoro giornaliero, sopportando gli interminabili turni notturni che farebbero saltare l’autocontrollo anche al più quieto degli elefanti. Hai passato ore ad osservare scaffali vuoti, scaffali pieni, scaffali che si mangiano il sindaco (quello è successo l’anno scorso, le autorità ancora lo cercano, pensando ad un rapimento senza riscatto); ore a pulire latte, zucchero, miele e merda, a pulire budella, sangue e cervella. E questo è il ringraziamento: il capo parla di andarsene in fretta, di non obiettare che tanto l’inserviente è l’ultima ruota del carretto.
No, non quando so e vedo quel che ho visto e saputo.
Il capo parla, tu escogiti il modo di farlo tacere, e chiedi se ci sia già qualcosa nero su bianco.
L’ultima tua speranza.
Il capo dice che no, il preavviso è informale per ora, e sarà messo su carta non prima di lunedì.
Guarda l’orologio. Oggi è venerdì.
Brutta scelta, ciccione. I cereali hanno fame.
Senti un “ti voglio fuori di qui entro due settimane”. Senti un “sei diventato una spesa inutile per la compagnia”.
Senti una stretta allo stomaco, e ti giochi il tutto per tutto con un ok, ho capito (bastardo!).
Svolti l’angolo e non c’è nessuno, sei solo tu, il tuo scopettone lungo mezzo metro in più grazie all’aggiunta di paleria e scotch, gli scaffali e i cereali Felix; non sai neanche di preciso cosa dovresti dire, se un “ciao, ragazzi” o un “avete fame, bastardi?”. Meno male che sei a distanza di due braccia abbondanti, non ti possono abbrancare; sì, è vero, sono amici miei, ma credo che se ne avessero la possibilità mi sbranerebbero in un secondo.
Nell’altra corsia un trentenne che bazzica di tanto in tanto nel Supermarket lancia un grido soffocato. E’ la corsia dell’olio d’oliva, pregiato, salutare ed assassino. Rimango fermo in religioso silenzio fin quando il rumore di spappolamento non cessa, fino a che non ho l’assoluta certezza che del trentenne non è rimasto più nulla, nemmeno la voce.
Allora, siamo d’accordo. Allora, è un bel po’ di carne fresca, camicia inamidata e scarpe nere sempre lucide, faccia da branzino lesso, ci siamo capiti? Tra una decina di minuti, sì, sarà rapido ed indolore. Me lo fate sto favore? Bene.
Loro non rispondono, ma ci si capisce al volo, noi.
Le scatole di cereali mica hanno la bocca.
Vado nella saletta microfono, il mio piano sta prendendo forma. Lì c’è la cassiera appena assunta che fa degli annunci, io aspetto che lei se ne vada per prendere il microfono, ma niente, so che il suo turno agli annunci finirà solo tra venti minuti, ed il mio patto con i cereali è assolutamente non ritrattabile; devo fare qualche cosa.
Vediamo, come dovrebbe morire Lucy? Ehi, il capo m’ha detto che ti aspetta allo scaffale formaggi, immediatamente!
La vedi correre, affrettarsi nel suo decimo giorno di lavoro, un sacrificio necessario. Svolta l’angolo, ed in un attimo ti accorgi che non è una svolta naturale, quella che fa: viene evidentemente abbrancata, trascinata e poi, immagini, smembrata, dall’Emmenthal, dal gorgonzola, in un gorgoglio.
Il microfono è tutto tuo, e hai i secondi contati visto che ci sarà certamente qualcosa da pulire da qualche parte nel supermercato, zucchero forse, sangue e budella senza dubbio. Devi fare presto, o verrai licenziato per negligenza, ai clienti non piace trovarsi un bulbo oculare che spunta dalla mensola degli elettrodomestici, che lasciano sempre il lavoro un po’ a metà.
“Il Signor Capo è desiderato al reparto alimentari, scaffale sette! Il Signor Capo è desiderato urgentemente al reparto alimentari, scaffale sette!” risuona la tua voce un po’ camuffata, perché tu non dovresti essere lì al microfono, bensì a pulire i resti di Lucy.
Poi corri a goderti lo spettacolo, passi davanti al gorgonzola e il tronco di Lucy è ancora per metà a terra, pian piano ingoiato dai formaggi; il suo sangue ribolle un po’, probabilmente sta ancora respirando, e allora trovi un momento per finirla, e le spiattelli la faccia con lo scopettone, uno schifo assurdo. Però ora ti senti a posto con la coscienza, perlomeno.
Eccomi al reparto alimentari, scaffale cinque. Otto metri oltre il Capo, al centro del corridoio. Osserva i cereali Felix, ma non accenna ad avvicinarsi. Su, lurido ciccione, tocca i cereali!
Constati con rammarico che lui non ha intenzione di avvicinarsi, che lui osserva e non si sporca le mani.
L’idea mi viene in un baleno: corro al reparto indumenti, quello che sta dietro al reparto alimentari, e in un colpo solo do una spallata allo scaffale così forte che inizia a traballare, poi un’altra ed inizia a cadere e poi un ultimo colpo per buttarla giù. Sento le grida del Capo, sento le carni del mio braccio strappate dalle camicie fameliche e dai jeans firmati che mi hanno dilaniato una spalla e il gomito.
Splat! Il Capo viene spappolato dallo scaffale, e si sente a terra un mordere, un masticare ed un frantumar d’ossa, e si vede il sangue del ciccione che schizza al di fuori della mensola delle scarpe, lui è lì sotto a morire un po’ alla volta.
Per lo spavento del collasso dello scaffale, tutte le persone del supermercato corrono in giro nel panico, forse pensano ad un attentato, ad un terremoto, a qualcosa di terribile. Le norme di sicurezza del locale dicono di premersi tutti vicino agli scaffali in caso d’emergenza, io sono l’unico che rimane in centro corridoio, perché so quel che gli altri non sanno, perché ho visto quel che gli altri nemmeno immaginano.
In cinque minuti ogni prodotto del supermercato è sazio di carne umana, ed io rimango da solo nel supermercato, con la mia spalla strappata dalle carni e il dolore che poco alla volta si attenua.
E sorrido.
Ho ancora il mio lavoro, e prima che arrivi la polizia credo io debba pulire tutto questo disastro: ci sono braccia mutilate ovunque, teste che rotolano, intestini pulsanti che spuntano da ogni dove.
Ed io ho ancora il mio lavoro.
Non mi resta che prendere il mio scopettone extra-long e ripulire questo macello, di metro quadrato in metro quadrato, di piastrella in piastrella.
Gli scaffali sono miei amici, ed io ho ancora il mio lavoro.
Tutto, prima o poi, torna alla propria natura, e l’uomo torna al consumo.

Versi a spinta

gennaio 15, 2008

Defecare e scriver poesia,
imparo più da un cesso
che dalle cattedratiche facce
di chi (il) lustra ogni spigolo.

“In questo cesso c’è troppa politica
non riesco a cacare”

Impossibile
rimanere impassibili,
lo sguardo vaga
in cerca dell’ispirato sforzo.

“Carta igienica finita,
sono nella merda!”

Un muro ha da dire molto più
di un professore;
eppure loro la fanno,
così come io la sto facendo.

“Chi non crede in Dio è pagano”
“Ma i cristiani pagano!!!”

Come può esser oggetto d’oblio
un luogo così straordinario;
incontro d’odori e parole
come d’ormoni e labbra.

Da chi vuol citare

“Il demonio è il riposo di Dio al settimo giorno”
Nietzsche

da chi cerca d’amare

“Chiamami,
3314233567
disperato”

Io leggo,
estasiato,
e nulla aggiungo
all’ennesimo poeta.

“Aagh! sto cagando da dio!”

Skeletons

gennaio 8, 2008

L’ho visto sui vostri scheletri,
dormitori che più non ospitano:
tutto ciò che arriva alla foce
torna alla propria sorgente…

Le radici dei monti non si muovono
né piangono la civiltà;
la polvere collassa e diventa terra,
la terra copre e torna ad esser
Vergine.

L’ho visto sui volti,
e poi sugli scheletri…
…e voi ne ridevate…

Poesia di anonimo,
rinvenuta tra le rovine di Anethsis

Stratificazioni

dicembre 24, 2007

Non esiste altro, non c’è linea, non c’è nessun fottuto divenire! C’è solo il sormontarsi continuo di strati, di strutture su strutture, che formano sovrastrutture e grattacieli; c’è solo l’ininterrotto sedimentarsi di quel che siamo, e nessuna redenzione, nessuna rivoluzione può andare a scalfire minimamente questa millenaria chimera che si chiama Cultura.
Parliamo di storia, ed è come il malato di Alzheimer che parla dei suoi neuroni che muoiono; la storia galeotta, la storia che nutre la memoria di eventi che leghiamo a noi come catene indissolubili. L’homo storicus che degrada la propria esistenza schiacciandola sotto il peso di mille follie, di milioni di respiri fatti per nulla e per qualcosa ch’è peggio del Nulla stesso. L’homo sapiens che muore pian piano, come un cadavere che torna a pulsare, di tanto in tanto, pulsare come un tumore che nessun chirurgo può diagnosticare, se non il pazzo, se non colui che vede ben più in là del cielo.
La storia in TV, la storia sui libri, la storia sulla carta; le biblioteche, il più vasto e lugubre dei cimiteri, ne veniamo attirati come zombie alla carne putrescente, come api al miele più fervidamente dolce. Entri in una biblioteca, respiri polvere e sadismo, malattia mortale e decadenza d’un mondo che è ormai malato terminale; entri in una stanza dei libri e capisci che ci estingueremo, un giorno, per lasciare posto alla carta!
E parliamo di linee del tempo, parliamo di causa-effetto del cazzo, quando dovremmo parlare di stratificazioni.
Solo semplici, grette, effervescenti stratificazioni.
I filosofi dovrebbero essere geologi, mica stupidi storicisti! Dovrebbero smettere di scavare col pensiero, prendere una fottuta pala e guardare gli strati, guardare cosa nascondono gli abissi della nostra psiche, laddove tutto si sedimenta, laddove esorcizziamo i demoni e risolleviamo il nostro esser stupidi ed ottusi; prendere una fottuta pala, spaventarsi dei mostri che abbiamo creato, e seppellirsi una volta per tutte, farla finita.
Noi siamo quel che i nostri padri hanno commesso; noi abbiamo colpe appena nati, perché già alimentiamo il segreto ed oleoso meccanismo della perpetrazione del crimine. Noi siamo tutto ciò che ammettiamo di non essere, noi siamo i peccati, le malvagità e gli abomini che ogni giorno condanniamo e che sempre mettiamo sotto accusa, nei tribunali, negli ospedali e nelle nostre coscienze.
Non si parla più di peccato originale, bensì di colpa originale.
E già siamo marchiati alla nascita, e mai un sorso d’acqua potrà lavarla via.
Noi siamo i figli rinnegati del Cielo.
Perché? Perché facciamo storia, perché l’olocausto è un meccanismo di memoria che perpetriamo ogni giorno, comperando nei negozi, acquistando libri e profumi, indossando Calvin Klein, D&G, orologi e gioielli; guardati allo specchio, bardato come un cavallo medievale, e prova ribrezzo del sangue che hai addosso.
La memoria è la nostra malattia, la storia il primo e più inestirpabile sintomo; e noi siamo lì, sapendo d’esser già all’inferno, continuiamo a crogiolarci nelle bocche di Satana, contenti della prossima guerra fatta per la pace, che è come fare l’amore per la verginità.
Stratificazioni.
E noi non siamo abbastanza consapevoli ed istintivi da sapere che è così.
E so che tu leggi tutto questo e
1) dici a te stesso che non è così, e sputi sul mio nome;
2) dici a te stesso che tu sai perfettamente che quel che ho scritto già lo sai.
In entrambi i casi usi la memoria, e già sei malato, ma io insegno ad uccidere la storia, insegno a dimenticare ogni parola letta appena letta, insegno che ogni pagina, dopo esser stata guardata di sfuggita, andrebbe bruciata.
Ed io sono un povero pazzo che non sa nulla di quel che ha appena scritto.
Tanto diverrà solo un’altra piccola stratificazione, e chi leggerà deciderà se farne tesoro o meno.
Sono tutte stratificazioni.

E (O) rrori

dicembre 3, 2007

Smetti di cercare scientificità in tutto. Ora guardami, tra poco mi lancio di sotto.
Sto spasmodicamente trovando la via per la salvezza, e tu sei lì che mi parli di redenzione,, di essere, ed io che faccio così tanti erori dovrei trovarmi rinquorato da quel che mi dici?
Fankulo.
Mi chiedi che cosa mi ha portato qui, al trentottesimo piano di un gratacielo di Niu Iorc? Mi chiedi perché faccio tutti questi errori, tutte queste stronzate che escono dalla mia bocca? Perché?
Perché?
Perché??
Forse non ti fai le dommande giuste, vecchio mio.
Dovresti smetterla di parlarmi di Dio, di forma e contenuto, di Essere e Nulla. Sono adulto e vaccinato, e tra poco mi buto di soto, che tu lo voglia o no. E tu sei qui a chiedermi perché?
Potrei farti la stessa domanda.. ,
da me non avrai altro che sangue, sincerità e fiamme. Un fuoco ke divampa allegramente e mi brucia, ed io lo abbraccio, e mi lascio andare, ché non sempre si può pretendere la perfezione, ché non sempre uno che si sta per accoppare arriva alla tua mano tesa.
A volte nemeno la vuole, e chi sei tu per imporgliela?
Da me altro non avrai che un Fankulo.
Smettila di esser così animoso, non potrai salvare né te steso né quel che fai in vita, percé tutto muore, tutto tende al Nulla, e anche quelo è un concetto che andrebbe rivisto.
Ora c’è la polizzia di sotto, mi vuole, mi desidera come una puttana desidera l’orgasmo e i soldi, ecco cosa vuole.
E io continuo a fare tuti questi erori, e non corego niente, capito? niente!!
Sei più patetico di me, che cosa credi?
Io sono fuoco, tu sei ghiaccio. Io sono spasmo, tu sei coma.
Ed io abbraccio quel fuoco, quando tu lo eviti; io mi rallegro dei miei spasmi, tu li esorcizzi con i tuoi farmaci fatti per cavalli, cani e zombie. Ritrai quella mano, tanto non la prendero mai e poi mai.
Questo palazzo è la mia salvezza, perché io sono un illuminato.
La via verso la morte è costellata di troppi istanti perduti e troppo poco vivi, e questo mondo mi sta streto oramai. Ci si deve lasciare andare, astenersi dalla redenzione e avere coscienza di quel che siamo: figli rinnegati di un universo infame.
Quindi, rimango della mia idea: Fankulo.
Se tu vuoi ancora andare avanti a far quel che fai, liberisimo, prego, io non ti trascinerò giù nel vuoto con me, perché non ho il dirito di imporrre a nessun quel che io faccio e quello in cui credo.

Guarda: da qui vedo folle acclamanti il nuovo Messia sponsorizzato dalla Coca-Cola, vedo inferociti comunisti che si comportano peggio dei fascisti, fascisti che fanno quello che hanno sempre fatto, cioè più errori di me. E tu mi vorresti ancora in questo fottuto mondo? Per quale motivo? C’è troppo di bello da contemplare, e la Bellezza è imperfezione, la Bellezza è in un salto di cento metri che poi prevede il Buio. Bellezza è ciò di cui ho bisogno per amare, per trovare la pace. E qui c’è troppo odio.

Stai tranquilo, amico mio.
Non ho mai amato così tanto, mai come ora sto amando il cielo.
Ed è tuto cio che mi serve.

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Hai coscienza che un giorno morirai?
Hai coscienza che, dalla vita, non potrai mai pretendere nulla più che un solo meraviglioso istante di perfezione?
Nulla più…