Scendere in campo

febbraio 11, 2008

Il mondo è divenuto incontrollato, una bolgia di urla spasmodiche e fastidiose lanciate verso l’arena, mescolate ad imprecazioni risultanti dalla foga con cui la gente attende questi spettacoli.
Quelli che prospettavano la fine della civiltà non avevano torto né ragione, in effetti. Avrebbero visto il futuro come un compromesso tra la loro sconfitta e la vittoria d’una profezia.
In effetti, la civiltà è davvero finita, ma ne è cominciata un’altra.
Non starò qui a spiegarvi quel che è successo, di come si sono formate le caste, di come la Federazione abbia preso il controllo e istituito nuove regole; non sarò io a mettervi al corrente della storia che ha portato a tutto ciò, sappiate solo che esistono nuove caste, una nuova nobiltà di sangue, non più basata sulla discendenza, sull’aristocrazia o sull’eredità; non è nemmeno una nobiltà di ricchezza o fama, no.
Oggi la nuova nobiltà di sangue si basa sulla guerra, ma non su quella che conoscevano i miei antenati, non quella combattuta con le armi: qui si combatte con un pallone e due canestri.

Quando ci fu la grande catastrofe, quando le borse colarono a picco e così le navi e gli aerei colpiti da missili, quando lo scudo spaziale cedette e il nucleare cadde su tutta Europa e gran parte del resto delle terre emerse, allora moltissime delle documentazioni riguardanti il “mondo passato” andarono perdute; rimasero pochi documenti, perlopiù riguardanti la mondanità e cose del genere. Rimasero intatti interi archivi di filmati sportivi, di quelli che i miei padri produssero per ricordare le gesta di grandi giocatori del passato.
La gente riuscì pian piano a recuperare l’arte di rivedere quelle documentazioni, mentre una nuova istituzione (i cui componenti vantavano la discendenza da quei grandi giocatori del passato, Kobe Bryant, Karl Malone, Steve Nash e altri ancora) prendeva in mano le redini di una società da ricostruire in toto: la Federazione.

Il resto si conosce benissimo: ogni disputa doveva essere risolta attraverso competizioni cestistiche, fossero a singolar tenzone o in squadra. Le guerre si combattevano senza armi (eppur senza esclusione di colpi) dentro arene con al centro campi da pallacanestro circondati da gradinate di tifosi.

E poi, ecco le caste: i federati (una sorta di generalissimi che mantenevano l’ordine e vantavano un talento abnorme nel campo di gioco), gli addestratori (votati alla crescita esponenziale dei propri pupilli), i giocatori (fondamentalmente i guerrieri che combattevano), i pupilli (i futuri giocatori) e i tifosi.
Sul fondo più fondo, ecco l’ultima delle caste, i dimenticati, la carne al macello: i regolatori, o arbitri.
Essi non hanno valore, sono la feccia senza onore delle caste, votati soltanto alla propria distruzione. Vanno in campo, tentano di tenere alto il regolamento, ogni errore o ogni contestazione diventa per loro rischio della vita (immaginate un arbitro che regolasse le battaglie dell’antico Impero Americano, tanti saluti!). E perché entrano in campo? Perché in questa nuova società il canestro è la vita di ognuno, e tutti sono predestinati: vengono cresciuti fin da piccoli alla loro occupazione, addestrati a mantenere alto il nome della loro famiglia.

Ecco, ora devo entrare in campo, spero di tornare vivo e vegeto, senza essere sbranato da qualche giocatore indisciplinato.
Alla fin fine, morto io ce ne sarà subito un altro a sostituirmi, e questo non mi pesa minimamente. Io sono la feccia, mi è stato insegnato da quando sono nato.
Perché entro in campo, mi chiedete?
Perché devo…
La folla mi acclama.
O forse, acclama il mio sangue…

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Parabola del Dio morto

gennaio 23, 2008

Allora, vogliamo o no partire dal presupposto che Dio è morto?
Vogliamo metterci in testa che quel Dio lì, quello che tanti bestemmiano e poi vanno in Chiesa, quello che nella Bibbia spazza via popoli e innocenti come fosse Bush, quello contro cui tutti sbraitiamo la mattina quando suona la sveglia di lunedì, quello là, è morto?? Ed era pure ora!!
Non guardatemi con quella faccia da imbecilli, è finito il tempo del perbenismo, del buonismo.
Che vadano a fare in culo le tradizioni, le traduzioni e le traslitterazioni! Non c’è forma senza contenuto!!!
Ora, prendete a pagina 216, leggete a voce alta:

Buddha dice: “Non adulare il tuo benefattore!”. Si ripeta questo detto in una chiesa cristiana: – purificherà subito l’aria di tutto ciò che v’è di cristiano!

NON VOGLIO SENTIRE PIANTI!
Ora, tutti i nostri bravi filistei continuano a gridare che Dio ci salverà, che Dio avrà la meglio e che noi miscredenti saremo giudicati! Dicono che noi finiremo nelle gole di Satana (ahahah!) e che loro saranno beatificati nell’alto dei cieli!
Eppure, eppure costoro, da mezzo secolo a questa parte, continuano a salvare il loro Dio, a salvarlo dalla morte già avvenuta, con libri, racconti e film!
Eppure, eppure, pur non ammettendo la sconfitta dei loro eserciti celesti, continuano a pregare non più per la loro salvezza, quanto per quella del loro Dio ormai defunto! Continuano a esercitare un oscuro potere divino rovesciato: non più Dio che salva l’uomo, bensì l’uomo che salva Dio?
E come lo salva? Con l’arte, con la musica, con la letteratura filistea che imperversa e disintegra ciò che la Realtà invece è!

L’imperituro
E’ sol tuo simbol!
Dio, l’insidioso,
Frode di poeti…

Ogni emozione tradisce il loro Dio, ogni singola parvenza di solitaria sensazione, di gnosi involontaria eppur stroncatrice, ogni vincolo fisico e mentale a questa terra (e ad essa soltanto) uccide l’Io e quindi il Dio!
Ma loro negano, eppure salvano il loro Dio, con la fede, con l’arte.
Noi neghiamo loro quest’opera immonda, noi rimaniamo fedeli alla greve terra.
Lasciamo a loro stessi coloro che s’illudono della Buona Grazia, della Provvidenza, della Salvezza.
Restiamo in noi stessi, bambini.

Fu solo allora che un bimbo, molto più intelligente degli altri che piangevano, alzò la mano e disse al suo maestro:
“Dio è morto, ha ragione. Purtroppo continua a far capolino nei fantocci di chi ce lo propina, e noi siamo pure restii ad evitarne i dardi. Eppure nelle sue parole, signor maestro, c’è Dio stesso che parla. Io stesso rido di Me, e lei si prende troppo sul serio. Ed io, invece, rido di ogni maestro che non abbia già riso di se stesso…”

-Lascia la tua terra, raggiungi il luogo che per te ho designato, e lì non troverai altro che sabbia… sabbia e distruzione… –

Compensazioni

novembre 30, 2007

I simboli fallici vincono, c’è poco da fare.
La piazza gremita, scontro inevitabile, ma per ora solo un fremito nell’aria, tensione e respiro affannato, sudore che si rapprende efficacemente alle mura della città; caschi neri da una parte, capelli lunghi e barbe incolte dall’altra.
Il mondo sembra solo un immenso stereotipo.
Rimane fermo il tutto, qualche scricchiolio d’ossa che si sfregano, poi c’è solo l’attesa, spasmodica, e la storia si ripeterà, uguale ad ogni giorno, identica a se stessa nella propria masturbazione perpetrata dalla stupidità in persona.
Qualcuno un giorno disse che l’uomo deve produrre storia.
Qualcun altro pensò, un po’ dopo, che la storia si faccia solo così.
Che la storia si faccia a furia di stereotipi.
E i simboli fallici vincono, perché sulla piazza c’è un sacco di teste di cazzo.
Ma non sono loro i simboli fallici.

Addentrarsi tra la folla, sentir il sudore che si fa largo tra le tue narici, e pensare “chi cazzo me lo fa fare?”.
Quasi vien da pensare ad un museo delle cere, tanto sono fermi, tanto sono immobili nel loro non chiedersi cosa ci facciano lì; è tutto così raffermo, come l’Europa, quell’entità che credono di risvegliare a manganellate, a molotov.
Vetrine che aspettano solo il loro carnefice, mura pronte ad esser sgretolate, e a me le mura nemmeno piacciono così tanto.
Sono compensazioni, non c’è altro da aggiungere: la Natura toglie, l’uomo se lo prende. E poi saremmo intelligenti, sì.
Rimangono solo le parole che si dicono in una serata di discussione, dove molte cose possono esser dette e cambiate, tra due uomini, un tavolino e la birra a far da mediatore; ma le parole sono vuote, certo. Ma le parole non le puoi spaccare sulla testa di uno che non è d’accordo con te.
Di quante teste avrei bisogno, altrimenti?
Ed è il maschio, il virile, il possente a far questa fottuta storia. La fa a colpi di clacson, di pugni e acceleratore; la fa a grida, parolacce e cazzate, senza usare le parole giuste, ma tanto quelle sono solo fiato.
Quindi, vincono i simboli fallici.

Un sacco di teste di minchia, oggi, a questa nuova piazza Tienanmen; un macello di persone ferme, chi con le divise, chi con i dreadlocks affioranti dalle cespugliose tempie. Un sacco di tensione, quasi la tagli col proverbiale coltello, altro simbolo fallico che vince su tutto.
Il maschio pensa solo col pene, e non è certo una metafora sessuale questa.

Pensateci bene: manganelli, allungati, dritti e duri, potenti e grossi; molotov, esplosive e affusolate, proprio come quel coso che hai in mezzo alle gambe, o quello che non hai, dipende da chi sei.
Il fallo stravince oggigiorno, e son teste di cazzo con cazzi in mano quelli oggi in questa piazza.
Prendono forse troppo sul serio la loro piccola rivoluzione, prendono tutto di petto (o di cazzo), e sono pronti a disintegrarsi i crani a mazzate, a rompersi i denti a pugni, a violentare madre terra con l’ennesimo spargimento di sangue.
E il sangue rappreso è molto peggio del sudore.
Il sangue rappreso puzza.
Dicono che una protesi serva da compensazione, e qui sono tutti maschiacci con cazzi in mano, belli lunghi e turgidi.
L’ennesima rivoluzione fatta con il pene.
L’ennesima cazzata, in definitiva.
Caschi da una parte, rasta da quell’altra, ed io mi siedo da spettatore sulla balconata di chi ha torto, perché tutti gli altri posti sono occupati da troppo tempo, da tutta la storia, praticamente.
Rimango dell’idea che il simbolo fallico vince.
E noi perdiamo.
Rimango dell’idea che costoro hanno bisogno di compensazione o soddisfazione.
Che sia manganello o molotov, insomma, o sono impotenti, oppure sono froci.