Hurricane

febbraio 17, 2009

Continua a parlare
mentre l’Uragano s’avvicina lento, inesorabile,
la Bibbia urla il Leviatano sulla copertina della tua dimora
e le tue religiose convinzioni docili s’affannano.
Questo sesso è tutto ciò che ci resta,
lo sporco fango a lambire i nostri piedi,
e ci guardi, e parli, mentre l’Uragano ti devasta.
Le rovine di questi duemila anni sono il tuo profitto,
di te,
che rivendi scheletri marciti,
di te,
che giuri sul tuo fallimento le tue ultime volontà.
Le mie, sono poche.
Un fuoco,
un desiderio,
e il sudore.
Il silenzio del nuovo cielo sereno
dice tutto ciò che serve.

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Opera

febbraio 14, 2009

Pianificate i dettagli di un respiro di donna
nel mondo ove i piani sono mille e più, comunicanti
attraverso il delirio, ma assuefatti al vostro dominio
di ragion sufficiente, di dio, di neri moralismi.

voi e i vostri
missili automobili cravatte macchine industrie
lavatrici distributori robots carri armati telefoni aerei
televisori protesi bombe satelliti shuttle marchingegni
forni
computers
test di gravidanza
sensori e spie
atomi,
siete nulla opposti alla Morte e alla sua sconfitta,
nulla confrontati al letto pieno di sudore
che nasconde i due corpi nudi.

Naked Lunch giace sul mio grembo irrisolto
che potrebbe concepire, non sarete voi a decidere.
Nel frattempo chiudo i libri di storia
che parlano di vincitori e vinti:
menzogne di generazioni scribane
che hanno fallito nei loro propositi,
di generazioni fallite
che mai hanno vissuto veramente.

Vanità

febbraio 12, 2009

da noi ci si aspetta
che seguiamo una strada contorta, per loro evidente,
che ruggiamo alla chiamata delle armi, al sentor di morte,
che volgiamo lo sguardo ad occidente, all’ordine ricevuto
mentre il mondo collassa e brucia, mentre ciò che conta davvero
ci passa dietro le chiappe mosce e cammina mesto
nel crepuscolo di quest’inverno eterno.
da noi ci si attendono
grandi cose, fatte di gioventù e speranza vera;
invenzioni senza precedenti, opera del razionalismo che un tempo
ci fu innestato contro volontà;
da noi s’attendono
risposte risolute alle accuse della vita,
verità o menzogna al calar del sole, quando la coscienza torbida
ci chiama a render conto di ciò che essi voglion sentire.
Vaffanculo alla pietra miliare dei vostri insegnamenti.
non restano che macchie di noi,
macchie di sperma o di saliva su di un muretto dietro alla stazione,
tracce di scarpe consumate sulla neve, dopo aver lottato furiosamente
col cane di un contadino, ubriachi;
non rimarrà che il fiato corto d’una corsa a base di fata verde,
prossimi ormai ad un bacio o alla rivoltella,
incuranti di ciò che ci si aspetta,
incuranti della santità
oppure consci che la santità
altro non è
che il vano liberarsi dalle loro sudice catene.

Promesse

febbraio 11, 2009

Che c’è di promettente nella vita?
Troppi uomini attendono promesse, cani castrati che non sanno
che accettare le parole di coloro che insegnan che cos’è poesia;
c’è Ginsberg sul tetto di casa mia, vomita colori,
e vedo altre cento capanne bruciare all’orizzonte,
calde ed accoglienti ora come mai.
Promesse ancestrali disattese da colonnelli in camicia
che di notte vagano sonnambuli sugli interstizi delle mie parole,
per sancire segreti accordi con il demonio
vestito di bianco, crocefisso spianato.
Tradurremo questi versi in parole ben accette
prima della fine, dell’avvento delle ceneri,
THC parlante attraverso spoglie menti
che promisero nuovi mondi, ora invischiate nelle reti
del porno e del diritto, degli schermi al plasma e del delitto,
mentre Niels ci parla dei pezzettini del suo universo,
mentre Albert sancisce che le curve sono il principio
(ed io ben lo sapevo prima di legger il suo diario in segreto).
Tutto questo è mondo, fatto più di delusioni ben promesse
che di promesse deluse.
Rimango sulla strada ad ascoltare farneticazioni
di un vecchio comunista sdentato, che ancora sogna
la madre russia, ed ancora io mi trovo a pensare
che nella farneticazione
c’è ben di più
di ciò che volentieri si condanna.

Inconscio

gennaio 20, 2009

C’è un luogo nella mente, dove accade tutto l’accadibile, dove succede ogni cosa possibile, nello stesso istante, nello stesso luogo. C’è un luogo, dentro il nostro corpo, dove l’allucinazione prende forme altissime, dove il pensiero più aulico assume sembianze grottesche, dove il domani è già oggi e ieri s’allunga fino ai prossimi anni. Il luogo dove il tempo c’è tutto per davvero, e allo stesso tempo non esiste minimamente. C’è questo luogo, possiede talmente tanto contenuto da esserne allo stesso momento svuotato fino all’ultima goccia, perché esso ha tutto e ha niente, nello stesso istante si rompe e si aggiusta, funziona e si corrompe; anzi, non funziona, se non rompendosi di continuo. Esso è macchina e organismo, desiderio e morte. E’ un luogo che implode di continuo, fino a diventare un non-luogo, in continua contraddizione, in continuo spostamento rispetto a se stesso.
C’è un luogo, chiamato “Inconscio” che è tutto questo, che è niente di tutto questo, che è molto più e molto meno di tutto ciò. E’ il luogo dove si autocelebra l’esistenza, nella festosità dei desideri scardinanti, nella rivoluzione delle passioni sfrenate che distruggono interi universi al solo grido del silenzioso pensiero.
Mai vidi libertà se non negli occhi di colei che muore e rinasce, sotto di me, traboccante di irrefrenabili passioni.

Communist Daughter

gennaio 9, 2009

Hai unghie molto lunghe.
Hai capelli lisci, foltissimi.
Le unghie sono per scavare nella tua pelle, erodere le cime del tuo corpo per trovare giacenze sotterranee.
I capelli… solo per essere sparsi, inermi, al vento.
Tremeranno quei muri, te lo dico io. Metteremo al mondo una figlia con gli occhi dell’aceto e le labbra del grano, solo per vederla diventare ingrata e comunista, solo per vederla ergersi in tutta la propria fierezza di fronte alla guerra civile.
Con che coraggio mettere al mondo, a questo mondo infame, una creatura indifesa?
Avrà le unghie lunghe, come te.
Avrà la carica dei nostri geni a farla gridare sopra le teste dei capi di stato. Dolce Rebecca, col nome che si addice alla battaglia per la terra, alla lotta per la vita, alle schermaglie dell’amore onesto e ben contrattato.
Suoni la chitarra, per caso? Quelle unghie mi sanno di corde tese. Di note prigioniere, d’uno spartito.
Suono canzoni folk, ultimamente, dedicate a chi dimentica il secolo scorso, e mette al mondo figli senza sentirsi un po’ in colpa.
Vedi che a voler fare l’artista, prima o poi, si paga dazio?
Farò l’artista scavando le tue carni, con le mie stesse mani. Cercherò così a fondo da scovarti l’anima, fino ai sotterranei inferni del tuo ventre, che attendono riflussi chimici e scosse biologiche, come solo io posso dare.
Non c’è anima che tenga.
C’è una canzone, ricordo bene, di un gruppo folk statunitense dello scorso decennio. Ricordo.
Ricordi? Eppure c’è gente che dimentica persino l’atomica, che dimentica le calze per terra, che dimentica la follia.
Dimenticare, questa è la pecca che non insegnerò a nostra figlia.
Perché, si insegna, a dimenticare?
Ci puoi scommettere, siamo generazioni intere educate alla dimenticanza, all’esasperazione della memoria, alla condensazione dei neuroni. Talmente densi da farli deflagrare.
“Deflagrare”, mi ricorda il sesso.
Perché non “esplodere”?
Ho le unghie lunghe.
Scava.
Ora scavo, ma so che non troverò mai nulla di migliore della tua epidermide. Questa superficie, sulla quale si dispiega l’anima. All’interno… non mi interessa.
Scrivi, sulla mia pelle, prima che il mondo torni a bruciare.

The Human Trace

dicembre 23, 2008

Sotto coltri di dimenticanza
nessun mondo ricorderà
opere
di fasulli artisti.
Le lacrime sulla cioccolata
che un tempo fecero sorridere
non furono che osceni
tentativi d’esistere, invano.
E laddove crepiteranno i fuochi
questi versi si dissolveranno
in eterno, come
opere
cui non spetta che l’abisso
dell’oblio.

Cemento maledetto,
che hai ora da dire
dei tuoi palazzi?

Non rimane traccia
di quelli che compresero
troppo tardi
che in vita
non v’è che la sofferenza
della futilità senza fine.

Non v’è profondità che ammali,
nessun’altitudine blasfema
che innesti in me piacere.
Rimarremo eroi delle superfici,
scivolando fascinosi sulla cresta
d’un pianeta che non ha caverne,
su d’una vita senza vette.
Avanzando obliqui come fieri alfieri
o lenti come sudici pedoni,
non pregheremo le radici
e staccheremo pesanti passi
ancorati a questo mondo:
il più profondo è la pelle,
laddove l’orgasmo prende parte
(nel rizzar di quei peli,
nell’odor di quelle gocce di sudore:
son Io!),
oppure qui ove m’irrito d’artifici.

Contraltare dei vostri paradisi
pongo questi sassi, questi strati
che, seppur fango siano,
mi danno un senso che voi,
altezzosi regnanti senza trono,
non trovate che nelle feci
dei vostri ignudi déi.

Welcome to the World

novembre 27, 2008

Ci si può sorprendere, in un giorno assolato ed innocente, a camminare mesti in un luogo più vuoto dello stesso spazio profondo. Il mondo può essere ancor più solitario di qualsiasi incubo notturno.
Tra le ordinate macerie della civiltà pascolano mandrie di vacche al macello, vacche da latte e vacche da soldi, guidate da pastori elettronici, brucanti ed inconsapevoli della prossima catastrofe compiuta nel nome dei loro déi. I pascoli prediletti, New York, Londra, Berlino, Milano, Tokyo, Shangai. Solo per citarne alcuni.
Figli di Regan e figli di Gorbacev, fratelli di Gandhi e simpatizzanti di Lennon, contradditori nelle parole e controversi nelle gesta, ma sempre di corsa, sempre alla rinfusa e in frenetica fuga verso… verso… l’abbandono. Da Mao che li istiga, ai Rolling Stones che li fanno danzare, passando per Baggio che li fa urlare, fino ad approdare ad Einstein, che li fa impazzire. Vacche che brucano luoghi comuni. Che s’ingrassano di luoghi comuni.
Sono le mandrie della storia, quella con la “S” maiuscola, immerse nella loro “identità” talmente a fondo da confondere l’individuo con la paura, la difesa con la reazione, la rivoluzione con il disastro. Sono le vacche del terrore, che lasciano parlare gli altri, lasciano la fatica del pensiero per annuire ai giochi della politica e della religione pre-confezionati, pronti all’uso, proprio come la loro esistenza. Si lasciano spaventare da un respiro nel buio della propria camera, cercano la spiegazione dell’altrui esistenza nei luoghi comuni, cercano nell’industria dell’intrattenimento lo sfogo alla solitudine di una vita che altrimenti riserverebbe solo domande. Così, credono le vacche, la giornata sarà più sopportabile, più menzognera.
Vacche che parlano al cellulare per l’80% del loro tempo disponibile, pastori dai suoni metallici ed acuti che ordinano, categorizzano, dividono ed assimilano; i pastori elettronici dell’infiltrazione, che assumono sembianze antropomorfe per farsi largo tra i nostri tessuti sociali; che poi, dal di dentro, manipolano, dissimulano, puniscono e garantiscono sussistenza al pascolo, alle mandrie, alla vita prefabbricata.
Gli alieni arriveranno e faranno piazza pulita delle mandrie. Un terremoto scuoterà le loro coscienze, ma solo al punto da spaventarli un po’, al punto da lasciarli meditabondi sui loro punti di forza, sulle loro convinzioni fasulle, per qualche istante, giusto il tempo necessario per cambiare canale.
Mandrie di vacche al pascolo, incravattate, inamidate, arricchite nella forma, ma senza contenuto.
Benvenuti al mondo, bambini. Comincia la favola di coloro che, in un modo o nell’altro, vivranno felici e contenti, e poi moriranno soli al mondo, abbandonati ad un destino che non prevede cravatte, non tollera pascoli, detesta i pastori.
Le vacche moriranno, solitarie ed isteriche, ma felici e contente. Ad ogni costo.

Le roi se meurt

settembre 3, 2008

Occhi di saracinesche
e bulbi ormai coperti
di pelli invischiate
d’amare lacrime
versate
per Altrui pianto.
Fragilità
men forte del Desiderio
che spande proverbiali
gocce
di speranza.
Saremo come
in quei soqquadri di
Ionesco,
pennellate di folli
immeritevoli del vostro paradiso:
la morte non muore,
ma si può morir
per la morte d’altri,
come se l’altrui respiro
fosse il mio stesso, o meglio;
come se la mia morte
fosse la più grande
delle generosità,
solidarietà senza tempo.